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  • PQEDITORI VI PRESENTA IN ESCLUSIVA ASSOLUTA: IL GRANDE LUIGI SINIS

    Pubblicato il 20th luglio, 2011 pqeditori Nessun commento

    PQeditori è onorata di poter ospitare sulle sue pagine una delle matite più apprezzate del panorama internazionale, un disegnatore eclettico e geniale che passa da un personaggio di successo all’altro, rendendoli sempre in maniera encomiabile.  L’apprezzamento che leggete non è di pura facciata, ma reale, tanto è vero che nella nostra redazione campeggia una tavola formato A3 del grandissimo Luigi Sinis, al secolo Luigi Siniscalchi.

    Ci parli della sua formazione?

    -Mi sono diplomato nel 1988 al Liceo Artistico A. Sabatini di Salerno; la mia formazione artistica è basata sul disegno “dal vero” e il mio maestro di figura disegnata è stato il noto acquarellista salernitano Matteo Sabino.

    Il suo tratto all’inizio era molto simile a quello di B. Brindisi e De Angelis, poi si è evoluto, oggi quali sono gli elementi caratteristici del suo disegno?

    All’epoca, quando abbiamo iniziato a disegnare fumetti, io De Angelis e Brindisi, si lavorava nello stesso studio; ognuno con le proprie produzioni, ci si confrontava e si sperimentava. Forse questo è stato il motivo per cui i nostri lavori erano molto simili; ricordo che le prime pagine di Dylan Dog a cui ho lavorato (“I killer venuti dal buio” su testi di Claudio Chiaverotti), anche in redazione, venivano scambiate con quelle di Bruno; col tempo ognuno di noi ha intrapreso strade diverse maturando così un segno più personale.

    Ho continuato a sperimentare altre tecniche  di racconto, dovute soprattutto ai generi diversi trattati ( il giallo di Nick Raider, il noir di Demian, il western di Magico Vento… ) e  avevo la necessità di nuovi tagli di inquadrature, ma  soprattutto di un passaggio a china che aderisse meglio al tipo di racconto, così i neri pieni lasciavano il posto ai grigi per poi trasformarsi ancora in un tratto più sporco, graffiante  e polveroso .

    Oggi ho abbandonato del tutto lo stile spigoloso e stilizzato, che spesso fastidiosamente mi incollavano addosso e con sforzo sto ritornando ad un segno più descrittivo e preciso. La strada da seguire però è ancora molto lunga!

    A quale scuola grafica o artista si ispira o si ispirava in particolare?

    - La mia passione per i fumetti nasce alla fine degli anni’70 da tutte quelle letture che mi accompagnavano,ovvero i comics americani dell’epoca (i Super-eroi), le produzioni Bonelli (Mister No, Tex, Martin Mystère, Ken Parker…),quelle delle Edizioni Corno (Alan Ford e il Gruppo T.N.T) e di riviste come Comic-Art ed Eternauta, che ospitavano disegnatori argentini e francesi.Oggi sono tantissimi altri i disegnatori che seguo e giorno per giorno se ne aggiungono di nuovi, potrei farti un elenco lunghissimo.Prediligo le campiture nere e le atmosfere cupe, stile legato soprattutto ad autori, come già ti ho accennato, di scuola argentina; ovviamente da tenere presente soprattutto per le scene in cui mi si richiede drammaticità. I disegnatori della cosiddetta scuola francese, per la ricchezza di particolari, li prendo come riferimento per le descrizioni di ambienti, in situazioni più “solari”. Anche gli italiani sono per me un punto di riferimento, sicuramente i più completi e duttili nell’affrontare ilracconto per immagini.

    Ci parli delle sue prime esperienze da disegnatore?

    I  miei primi passi nel mondo del fumetto, li ho mossi grazie ad un equivoco che si venne a creare a metà degli anni ’80 con Francesco Coniglio, all’epoca editore di riviste per ragazzi (Boy Comics, Rosa Shocking…). Fu a lui che mostrai i miei “pedestri” lavori da autodidatta, tavole di prova a due vignette che feci per l’occasione. Quando telefonicamente parlammo di assegnarmi una sceneggiatura di 30 pagine, ero convinto che fosse qualcosa di “rosa” o di avventura per teen-agers… invece si  trattava di una storia hard.

    All’epoca avevo 17 anni e nessuna intenzione di disegnare un genere, che consideravo lontano anni luce dalle mie aspirazioni; così decisi di passare il mio primo potenziale lavoro ad un altro disegnatore, che già collaborava con testate simili.

    Imparai a disegnare sfondi accostandomi al linguaggio del fumetto anche facendo saltuariamente matite per Giuliano Piccininno impegnato, invece, su Alan Ford. Illustrai alcuni episodi dei “Masters of the Universe” e poi passai alle testate Horror della ACME “Splatter” e “Mostri”.

     Lei è entrato giovanissimo in Bonelli, come è stato il primo impatto con la casa milanese?

    Era il 1990 , la passione crescente per il genere Horror, mi spinse a provare la carta Dylan Dog della Casa Editrice Bonelli. Con accuratezza, preparai tre tavole di prova e telefonicamente chiesi un appuntamento con Tiziano Sclavi. A questo punto, fui ricevuto dal “papà di Dylan Dog”, che già conosceva i miei lavori, grazie alle pubblicazioni  Horror sopra citate; sommergendomi di consigli, complimenti e speranze mi mise alla prova sulla sceneggiatura di Chiaverotti “I killer venuti dal buio”. In redazione incrociai anche Sergio Bonelli, in persona, un vero mito per me, appassionato da sempre di Mister No.

     Tranne che per Tex, ha realizzato tavole per tutte le principali testate bonelliane, quale personaggio ricorda con più difficoltà?

    Disegnare fumetti non è una cosa facile; le difficoltà non si presentano tanto per il personaggio, quanto per la conoscenza del genere da affrontare, che come già detto prima, mi spinge a studiare nuovi ambienti ed elementi che devono essere riconosciuti e capiti “al volo” dal lettore che giustamente, non ammette errori; per quanto mi riguarda è soprattutto questo il mio lavoro, non “tradire” mai le aspettative del lettore.

     Come ha cercato di rendere proprio  personaggio come Dylan Dog o Martin Mystere?

    Quando sono entrato in Bonelli, Dylan Dog e Martin Mystère erano già delle istituzioni; rendere riconoscibile un personaggio non si limita solamente alla sua “forma estetica”, ma anche psicologica.

    Leggevo da tempo le storie dell’ Indagatore dell’ Incubo  e dello Zio Martyn, sapevo benissimo come si sarebbero mossi in una particolare situazione o come avrebbero reagito in caso di pericolo, quindi non ho avuto difficoltà particolari a “renderli miei”.

    Per il primo mi sono ispirato al Rupert Everett di “Ballando con uno sconosciuto”; Tiziano non era convintissimo di questa mia interpretazione, per lui lo facevo troppo bambino e col tempo l’ho fatto crescere, dandogli uno spessore più maturo e consapevole.

    Per il secondo (Martin Mystère), il mio punto di riferimento era l’interpretazione del suo creatore grafico, Giancarlo Alessandrini; mi divertiva molto il personaggio spalla Java in ascolto, durante le lunghissime chiaccierate del Prof. Mystère o intento a svolgere le faccende di casa, ma anche la sua indubbia fisicità, essendo lui un uomo di Neanderthal, che a volte si accostava a situazioni da super-eroe della Marvel.

    Quando vi sono contrasti su una tavola, tra il disegnatore, l’autore o la redazione, come risolvete il problema?

    Per quanto mi riguarda non ho mai sentito questo “contrasto” tra le parti in causa; ovviamente ogni autore, che sia disegnatore o scrittore, sa che bisogna, oltre che raccontare una storia, seguire una precisa linea editoriale. Ogni testata fumettistica ha un curatore che si occupa di segnalare un eventuale errore, dovuto a distrazione (siamo umani e a volte può capitare di allungare troppo una barba che a tavola undici era di pochi centimetri e a tavola 80 è cresciuta a dismisura, rischiando di rendere il personaggio irriconoscibile), in 94 pagine e sei mesi/un anno di lavoro può succedere….

    Talvolta, quando i tempi sono cosiddetti “stretti” si provvede in redazione a fare questo tipo di correzioni, ma per lo più ogni disegnatore, sempre sotto segnalazione dello sceneggiatore o del curatore di testata, provvede personalmente ad aggiustare gli eventuali errori.

    Vi è un personaggio italiano o straniero, oltre a quelli già realizzati,  che vorrebbe interpretare?

    Amavo molto Luca Torelli, il Torpedo di Abuli e Bernet, ma non ho la presunzione di credere di riuscire a farne una versione tutta mia, è già perfetto l’originale; il commissario Spada di Gonano e de Luca è il primo amore che non si scorda mai, ma vale lo stesso discorso di prima, come anche per Chico Montana di Trillo e Altuna e così via…

     Ci parli dei sui progetti futuri?

    Ora sto lavorando alla miniserie Cassidy creato dallo scrittore Pasquale Ruju, con cui ho già collaborato in passato per Demian, altra miniserie auto – conclusiva.

    Ray Cassidy è un rapinatore che vive nell’America degli anni ’70, accompagnato da un gruppo di personaggi che , con lui, hanno combattuto l’ingiusta guerra del Vietnam.Nonostante quello che si possa pensare, Ray non è un eroe negativo, è vero si dedica al furto, ma ha un suo personale codice d’onore. La serie è ricca di riferimenti della letteratura e cinematografia di quegli anni… spero diverta leggerla, come e quanto diverte me disegnarla.

    Di Garofalo Ivano

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