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  • PQeditori presenta: Intervista esclusiva a Valentina Romeo

    Pubblicato il 25th maggio, 2011 pqeditori Nessun commento

    Abbiamo l’onore di presentarvi una delle più giovani e talentuose matite che il panorama nazionale è in grado di offrire, che è stata in grado di realizzare, al primo tentativo, una storia del Color fest della struggente bellezza.

    1. Valentina Romeo qual è stata la sua formazione culturale, cosa l’ha spinta a disegnare?

    Io ho sempre disegnato sin da piccola, solo che come tutti i disegnatori quando sei piccolo hai genitori che ti spingono a fare altro nella vita, e quindi mia mamma mi ha iscritto allo scientifico, ed infine alla facoltà di architettura. Poi come per incanto, mi capita di avere tra le mani il volantino di iscrizione della scuola del  fumetto di Napoli e mi iscrissi perché non solo avevo una passione sconfinata per il fumetto, ma anche per mettermi in gioco e cercare di capire se ero in grado di disegnare. Per fortuna, appena ultimati gli studi, incominciai a lavorare per Federico memola”

    2. Valentina Romeo il suo tratto è ispirato ad una scuola, o a qualche    disegnatore in particolare?

    Il mio disegnatore preferito è senza dubbio “Ernesto Garcia Seijas, che è anche la mia musa ispiratrice, e quando guardo Seijas, vedo tutto quello che potrei imparare per diventare una disegnatrice, però tutto quello che conosco me lo ha insegnato Gianluca Acciarino, che è attualmente il mio compagno. Inoltre io ho anche una passione per “Daniele Bigliardo” che ho avuto la fortuna di conoscere in quanto maestro del mio compagno.

    3. Valentina Romeo: Cosa ha significato per lei entrare nello staff Bonelli?

    Il coronamento di un sogno in cui non avrei sperato, perché già quando lavoravo a Jonathan Steel io ero strafelice. Per entrare in Bonelli feci le prove per Agenzia Alpha, ma Bonelli stesso mi spostò su “Nathan Never”, e poi solo dopo 15 giorni, dall’esordi su “Nathan Never” mi affidarono il Color Fest.

    4. Come ha cercato di rendere proprio Dylan Dog?

    Non era certo facile disegnare un personaggio identificato con le opere di Brindisi, Stano e Freghieri; ma io non volevo assolutamente copiarli.Il mio Dylan Dog si rifà all’immagine che è rimasta impressa nella mia mente da quando ero piccola, all’epoca in cui lo rubavo alla mia compagna di banco. Quando Gualdoni lo vide per la prima volta mi disse che avevo pienamente centrato l’obbiettivo. Immaginatevi la soddisfazione.

    5. Quando vi sono contrasti su una tavola, tra il disegnatore, l’autore o la redazione, come risolvete il problema?

    Sono la persona meno indicata in questo frangente, perché sono molto spontanea e quello che penso lo dico con naturalezza, come se non ci fosse nulla di male, ma invece non è così. Bisogna pensare che ci sono persone che lavorano su un personaggio da 10-20 anni, quindi hanno un idea fissa, e non è semplice fargliela cambiare. Quindi, propongo di realizzare entrambe le idee e dal confronto valutare quale sia la migliore.

    6. Cosa ne pensa del film di Dylan Dog?

    Sinceramente sono andato a vederlo, pensavo fosse la classica cafonata superoistica americana, che comunque, mi avrebbe fatto morire dal ridere, ma non Dylan Dog. Il film mi ha letteralmente annoiata, l’unico personaggio divertente era “Marcus”, l’attore Peter Storner ha saputo cimentarsi nel ruolo, pessima la prova di Brandon Routh.

    7. Lei ha realizzato il Color Fest, che differenza vi è tra il disegno a colori e quello in “bianco e nero”?

    La differenza è enorme, perché su una tavola in bianco e nero ti preoccupi di dare un equilibrio, di staccare i piani con il nero davanti o in lontananza, fai delle cose graduali anche pittoriche che rendono la tavola gradevole. Con la tavola a colori, sei solo tu e la linea chiara, per staccare i piani o disegni molto o dai molte indicazioni al colorista per fargli capire le diverse gradazioni di luce e la giusta profondità che l’opera deve avere. Inoltre lavorare a colori è più complesso perché ti mette in evidenza tutti gli errori. Ciò ovviamente con il bianco e nero non succede.

    8. Lei disegna ancora in vecchio stile?

    Assolutamente si!è una cosa che esce fuori dal mio corpo, come la parola, la vista, l’odore è una cosa che sento e che si manifesta da sola senza pensarci. Non riuscirei ad usare il Computer per il disegno.

    9. Secondo lei perché i Manga giapponesi hanno invaso il mercato italiano?

     

    Il segreto di Hello Kitty o Smile stà nella semplicità e nell’immediatezza del tratto, basta sfogliarne uno per capire che sono disegni veloci che puoi leggere in pochi minuti e che però rimangono impressi nella mente. Ulteriore contributo lo hanno dato le anime, che ti fanno ricordare l’infanzia e che ti avvicinano a tutto il mondo dei Manga e quindi a provarne anche altri.

    10. In conclusione metterà a disposizione il suo tratto per qualche nuova testata di casa Bonelli o al di fuori di Bonelli stesso?

    Per il momento sono una donna fedele a Bonelli, ho dedicato anima e corpo alle Sergio Bonelli Editore, infatti,  prima di realizzare il Color Fest,  stavo lavorando su una  storia di Nathan Never che vedrà la luce tra 2 anni. E probabilmente avrò una nuova storia di Nathan Never ambientata nella Tokio del futuro, dove cercherò di inserire elementi tipici dei Manga.

    Intervista a cura di Garofalo Ivano e Vitolo Pasquale

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