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  • Intervista al grande Bruno Brindisi

    Pubblicato il 22nd maggio, 2011 pqeditori Nessun commento

    INTERVISTA IN ESCLUSIVA A BRUNO BRINDISI UNA DELLE PIU’ GENIALI MATITE ITALIANE

    Questa oggi avremo il piacere di presentarvi un intervista con Bruno Brindisi.
    Fumettista cresciuto nella cosiddetta “scuola salernitana”, ha iniziato la sua opera negli anni ottanta su alcune tastate minori, ma dalla prima metà degli anni novanta lavora in Sergio Bonelli Editore dove ha messo in mostra il suo talento con diverse testate come Tex, Nick Raider e Brad Barron. Ma il suo tratto è legato indissolubilmente a Dylan Dog, dove è di sicuro uno dei disegnatori di punta.

     

    1) Disegnatore della nostra amatissima serie, com’è cominciata la sua avventura in Bonelli? E soprattutto la sua avventura con il personaggio di Dylan Dog? Era un suo lettore?

    -Sì, ero un lettore di Dylan e un fan di Sclavi già dai tempi del Corriere dei Ragazzi, anche se le prime prove ufficiali che feci per la Bonelli erano per Nick Raider. In realtà non andarono bene, non ero ancora “maturo”, ma un anno dopo mi fu chiesto di fare altre prove per un nuovo personaggio, Nathan Never. Quella volta centrai l’obiettivo e quindi avrei dovuto far parte dello staff dell’agente del futuro, sennonché il boom che stava vivendo Dylan Dog in quel periodo, fine 1989, fece sì che, dopo altre tre tavole test, fossi spostato sulla testata a cui ambivo di più, ti lascio immaginare il mio entusiasmo. E così di Nathan Never non ho mai disegnato una tavola (prove a parte), al contrario per Nick Raider ho disegnato diverse storie.

    2) All’interno della sua opera quale scuola grafica ha l’influenza maggiore?


    -La scuola realistica, chiamiamola così, ma non iperrealistica. Gli americani fino ai primi anni ’60. Mi piacciono i disegnatori che riescono a rendere il disegno vivo e credibile e gli sfondi “fotografici”, ma con la massima economia di linee. Un maestro della sintesi era Alex Toth. Non mi piacciono le esasperazioni supereroistiche.

    3) Com’è stato per lei disegnare, per la prima volta, Dylan Dog?

    -Un problema, oltre che un onore, pari solo a disegnare Tex.
    Per Dylan c’era il chiaro riferimento ad un attore, ma gli altri disegnatori ne avevano dato interpretazioni tutte diverse, personali e interessanti. All’inizio si hanno le idee confuse e quindi i dubbi sono tanti, oltre alla presunzione di voler fare a modo proprio. Il mio Dylan è quello che si rifà di più a Rupert Everett, anche se poi si è evoluto in modo personale, sono anni che non guardo più le foto di riferimento.

    4) Ha mai avuto problemi con gli sceneggiatori? Capita ,a volte che si abbiano differenti visioni sullo sviluppo narrativo di alcune sequenze ?

    -La sequenza intesa come ritmo, scansione delle vignette, è determinata dallo sceneggiatore e lì l’intervento e nullo, salvo rarissime eccezioni, ma le inquadrature spesso le adatto alle mie esigenze, che poi sono quelle della fluidità della lettura e dell’equilibrio della tavola. Di solito lo sceneggiatore mi fa i complimenti per come ho “migliorato” la scena, qualche volta mi è capitato di dover rifare qualche vignetta, ma è normale.

    5) Il fumetto italiano non riesce ad avere il successo mondiale che è riservato alle produzioni giapponesi ed americane, lei a cosa ritiene dovuta questa minore visibilità internazionale?


    -E’ paradossalmente più che altro una questione di formato editoriale, in Francia per esempio va il fumetto da libreria, a colori, cartonato e costoso. In America c’è ancora un altro formato, poche pagine, colori rutilanti, effetti speciali a go go oppure graphic novels, singoli volumi da libreria. Gli adattamenti non funzionano. Il fumetto giapponese come formato e serialità somiglia di più a quello bonelliano, ma è un mercato sterminato in cui farsi spazio sarebbe un’impresa, non credo che sia mai stato fatto il tentativo.

    6) Per i più Dylan Dog e Tex sono se stessi a prescindere dal disegnatore. Lei come riesce a portare sulle tavole un proprio tocco personale? Quanta libertà vi lascia l’editore?


    -Il tocco personale ce l’hanno tutti, a nessun disegnatore è mai stato imposto uno stile. Nel caso di Dylan Dog io non dimentico mai la raccomandazione che mi fece Sclavi, e cioè che Dylan è bello ed ha un sacco di lettrici innamorate di lui. Quindi sto bene attento a renderlo il più possibile un’icona sexy!

    7) Per concludere ci parli un po’ dei suoi lavori e progetti fuori da Bonelli?

    -Fuori Bonelli non c’è nulla, sono l’unico disegnatore che lavora su tutt’e due le testate leader e questo mi basta ed avanza. Probabilmente in futuro, e sempre per Bonelli, farò un “romanzo a fumetti”, per una nuova serie d’avventura in programmazione.

     

    Intervista a cura di Garofalo Ivano

    L’articolo è stato realizzato all’epoca in cui vi era la collaborazione con http://scrignodistelle.altervista.org

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